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martedì 5 ottobre 2010

Addio ultimo tram

Ogni volta che passo da Piazza Minghetti, mi fermo a guardare dove a ridosso della siepe che delimita il giardinetto, c’era, e c’è ancora la fermata dell’autobus che porta a San Ruffillo.
Una volta era il tram , il n° 13 e faceva appunto capolinea quasi sotto il monumento al buon Minghetti che saluta con il cappello in mano .
Nel freddo mattino del 3 Novembre 1963, l’ ultimo tram a fili elettrici di Bologna partì appunto da quel capolinea per dirigersi verso la periferia lungo la direttrice Santo Stefano, via Murri (allora via Toscana), poi Chiesa Nuova e San Ruffillo ma questa volta, come un sogno che svanisce alle prime luci dell’alba, non tornò più .
L’Azienda tranviaria aveva inteso sostituire il vecchio mezzo di locomozione a manovella, con un servizio più moderno e adeguato ai tempi, un mezzo maggiormente veloce, con maggior movimento sulle strada e, si pensava, molto più rapido
Lo salutò una folla di curiosi , qualcuno con il “ magone” che usciva dall’espressione triste dello sguardo, molti curiosi e molte autorità .
L’ultimo tram era li immobile, fermo sulle rotaie ancora in funzione, vuoto come non avesse un anima e neppure un cuore, con un aspetto triste, anche se la carrozzeria era stata tirata a lucido, pulita e fresca, quasi che fosse stata riverniciata di fresco.
Qualche vecchio tranviere che aveva passato tutta la vita a girare la manovella, con la mano riparata da una metà di un guanto, osservava la scena con una espressione assorta, quasi trasognata o, forse , delusa .
Il tram è stato uno dei più bei ricordi della mia infanzia, dei miei anni giovanili .
Quando abitavo a S Ruffillo, il tramvai che veniva dal centro, si fermava come capolinea prima del ponte, a ridosso di una antica villa, credo si chiamasse “ villa Piana” e li attendeva l’orario per ripartire nel solito tratto. La prima fermata la faceva alle scuole Tambroni, poi alla località Frasca e via verso il centro. A Chiesa Nuova, in certi giorni della settimana, veniva agganciata una carrozza supplementare che portava la folla fino al centro .
La storia del tram a Bologna inizia nel lontano 1880, quando una società Belga prese in appalto il servizio e dal 15 settembre di quell’ anno, iniziarono a circolare.
Il tratto di marcia della sperimentazione tranviaria era il tratto da Piazza Vittorio Emanuele , ora piazza Maggiore, alla Stazione, un tragitto che si percorreva più velocemente a piedi che con il nuovo mezzo e i suoi stanchi cavalli .
Infatti i tram erano trainati da patetici ronzini, mal nutriti , con le ossa sporgenti tanto è vero che la popolazione prese a protestare vivamente sulla sorte di questi poveri animali che venivano additati alla pietà dei bolognesi. Ci furono infinite protesta alla società Belga tanto è vero che il direttore fu più volte minacciato di brutto e per due volte, poiché non se ne dava per inteso, si prese una bella razione di bastonate dalla popolazione
Capitavano tra l’altro anche vari inconvenienti , come quel pomeriggio che uno dei due cavalli da tiro, “ scioperasse” forse per fame, forse per sfinimento e si inginocchiò sul centro della strada mentre il conducente inveiva con frasi non davvero concilianti .
Un altro inconveniente , era che le ruote uscivano dagli “improvvisati” binari non ancora ben fissati nella carreggiata , ci voleva una buona dose di pazienza per farli rientrare .
A far concorrenza ai tram trainati dai cavalli, vennero gli Omnibus, una specie di diligenza sempre trainata da cavalli, ma molto più veloce e con un servizio rapido .
Bologna era divenuta una città “sperimentale “ per questo mezzo di locomozione e quando nel 1881 tentò di soppiantare il traino dei tram a cavallo con la nuova carrozza a vapore dal nome francese, i bolognesi si misero a ridere di gusto.
I “ cinni” o meglio , i “Birichini “ si divertivano a sabotare questi nuovi mezzi di trasporto del pubblico, con stramberie tutte nuovo , ideate da menti geniali fervide e sagaci. Nelle rotaie appoggiare sul terreno, senza mezzi di fissazione, venivano sbarrate o interrotte con qualche diavoleria, inventata li per li .
Finalmente con l’evento dell’elettricità , anche il servizio tranviario si modificò.
La prima vettura tranviaria a trazione elettrica, azionata dalla corrente vide la luce nel lontano 1904 .
Gli inizi , anche qui non furono molto felici . I bolognesi temevano che sulla piattaforma o seduti nelle panche, si sentissero troppo le scariche elettriche che venivano dal contatto con i fili e ci volle molto tempo per far capire ai viaggiatori che il pericolo non esisteva per niente.
Con l’introduzione dei tram a corrente elettrica, la società si trasformò . Si formò il “parco” tram fuori porta Galliera in località “Zucca” dove terminavano tutte le linee, si fecero corsi per il personale conduttore e bigliettaio e si usò una divisa propria che il personale doveva usare in servizio.
Lentamente il “servizio urbano “ si espanse . Dal centro le rotaie tramviarie incassate nel terreno iniziarono a condurre verso la periferia .
Il primo tratto lungo , fu Bologna centro - Casalecchio.
Questo avvenne nel 1907 quando l’ allora circondario casalecchiese era servito dal famoso
“ Vaporino “ che faceva capolinea in piazza Malpighi e che fu sostituito dalle rotaie del tram, seguito quasi a ruota dal suo “gemello” “ Il Vaporino 2” che portava la folla da Castel S Pietro a Bologna facendo tappa alla porta Maggiore.
Il tram a trazione elettrica divenne la novità che trasformò i percorsi e le abitudini di tutti i bolognesi .
Da “ cinni” ci aggrappavamo all’esterno dei veicoli nelle parti sporgenti, quasi sempre sul predellino, pronti a scendere veloci quando il tram si fermava e il bigliettaio cercava di raggiungerci per una buona e salutare ramanzina Del vecchio tram mi affascinava la grande ruota che era fissa alla piattaforma anteriore e che serviva da freno a mano e, la campanella di avviso , che era in una sporgenza. che usciva vicino al posto di marcia del guidatore il quale l’azionava con un colpo di piede annunciando l’avvicinarsi del mezzo, avviso quasi sempre indirizzato ai possessori di carri trainati con i cavalli che occupavano la carreggiata delle rotaie ..
In molte zone della città, specie dove il tram curvava, capitava che le “rotaie” o per cedimento del terreno adiacente o per la messa in opera troppo frettolosa, emergevano dal suolo stradale di qualche centimetro ed era il pericolo maggiore per le biciclette, i furgoncini e le moto tanto che vi era una tratto di rotaia fuori porta Galliera , verso Casaralta , che era conosciuta come “la rotaia assassina” per i tanti incidenti che causava.
Un tragico esempio della pericolosità di queste rotaie, fù in una edizione della Mille Miglia quando, a porta Zamboni, la pioggia e le rotaie più alte del manto stradale, fece sbandare l’auto di un concorrente causando una carneficina di morti e feriti .
Una altra innovazione si vide in tempo di guerra quando molto personale femminile sostituì quello maschile che era in larga parte al fronte, abituando così i bolognesi a donne che guidavano i colossi o ne assumevano il ruolo di bigliettaie.
Negli anni cinquanta- sessanta , anche il tram elettrico fu sostituito dai “Bus” e più avanti dagli “autobus”.
Tuttavia il ricordo del tram non è scomparso. E di tanto in tanto quando ci rechiamo in altre città come Milano, Roma e si sale sulle vetture che sembrano uscite da epoche che sono solo ricordi, una strana e dolce malinconia ci prende la gola.

venerdì 27 agosto 2010

La Banda Casaroli

Negli anni cinquanta per qualche tempo avevo la residenza in via Remorsella, una delle strade più antiche di Bologna e che sfocia in Via Santo Stefano.
Io abitavo a metà della strada,  sotto il portico e le finestre della unica camera da letto anch’essa sotto il portico, cosichè la casa era sempre avvolta nel buio totale e sia che di mattina che di pomeriggio, bisognava tenere accesa la luce
Da via Remorsella passavano ogni tanto, anzi spesso, due giovanotti diversi uno dall’altro : Paolo Casaroli e Romano Ranuzzi.
Dei due ero più amico del secondo .
on Paolo , un saluto in fretta, au alzare degli occhi e basta. Con Romano invece esisteva una certa intesa.
Romano piaceva parecchio alle ragazze , e questo seccava , noi della stessa generazione, , per il fatto che le ragazze lo guardavano con certi occhi che nascondeva qualcosa di più che una occhiata .
Su Romano si erano scatenate una infinità di leggende, di chiacchiere, di dicerie , chi sa , se vere o marcate un po troppo .
Si diceva appunto, in ragione del suo cognome, che era discendente di una delle più antiche stirpi Bolognesi, che la sua origine venisse da lontano, che insomma nel suo sangue vi erano delle tracce di un blu nobiliare .
I Ranuzzi a Bologna esistevano da secoli e secoli e non era da meravigliarsi se qualcuno della stirpe avesse lasciato per strada un rampollo, con unica dote , soltanto il cognome .
Un altra leggenda o chiacchiera era il passato avventuroso di Romano
Si parlava di lui come di un intrepido partigiano, di un giovinetto che affrontava gli invasori con la pistola spianata , senza paura di morire.
Questo ed altr , facevano si che il personaggio agli occhi di chi aveva qualche anno in meno, fosse dipinto con l’aurea di un eroe.
Poi un giorno mi raccontarono che Romano era a capo di una banda di rapinatori che assalivano le banche e ne uscivano con le tasche piene di soldi .
Per noi, ragazzini,, senza un becco di un centesimo in tasca , inbevuti dall’immagine dei film americani alla Paul Muni alla George Ralf, Romano appariva come un vero Robin Hodd.
Qualcuno invece asseriva che il vero capo banda del gruppo era Paolo Casaroli, il paolino che si fermava al Bar Dante a giocare a ramino, ma io questo non mi andava già per diverse ragioni .
Primo , non riuscivo a capire come Ranuzzi e Casaroli si fossero messi assieme formando una “ Banda “
Casaroli ex brigatista Nero con Ranuzzi ex partigiano, due realtà che si scontravano come agli antipodi eppure funzionava.
Comunque per me, forse per il fatto che mi era più simpatico Romano , il capo della banda era lui, anche perchè possedeva un certa intelligenza un modo di trattare gli argomenti e le situazioni e una determinazione pratica che forse, dico forse , Paolo non aveva .
Casaroli forse si faceva forte perchè nella banda aveva reclutato un suo vecchio amico dei tempi della Repubblica di Salo, un certo Faris che lo spalleggiava e stravedeva per lui.
Ranuzzi per pareggiare questo andazzo di cose aveva fatto entrare all’interno della banda un amico, un tipo di poche parole, dal viso chiuso, uno che proveniva dal rione Cirenaia e che sapeva sparare senza battere ciglio : un certo Delucca .
Nel “ giro” attorno al triangolo, Santo Stefano, Fondazza, San Petronio Vecchio, un tantino si sospettava che Paolo e Romano si dedicavano ai furti o a qualcosa del genere, ma nessuno pensava alle rapine in banca con tanto di pistole e mitra.
Quando avvenne la famosa sparatoria di via Santo Stefano, poi riprodotta in un film per la regia di Florestano Vancini con l titolo “ La banda Casaroli “, io ero a letto con qualche grado di febbre.
Non abitavo più nella Remorsella e non vedevo più ne Romano ne paolo da tempo, pur sapendo di loro attraverso certe voci .
Quel che avvenne quel triste 16 Dicembre di quel famoso 1951, fu per me una sorpresa.
Alle 13,30 come scrivevano i giornali, nella centralissima Via Santo Stefano, Paolo Casaroli e Romano Ranuzzi sparano all'’impazzita da il predellino di un tram che dalla periferia, corre verso il centro
Sono scappati di corsa , dall’abitazione di Via San Petronio Vecchio, dove era la residenza di Carasoli, dopo aver ucciso a sangue freddo l’agente Tesoro che si recava al domicilio per alcuni accertamenti, e ferivano gravemente un altro agente Tonelli che era fuori in attesa che il collega usciss .
Dopo aver freddato Tesoro e ferito tonelli, Casaroli e Ranuzzi si era dati alla fuga lungo via Remorsella per arrivare in via Santo stefano .
Li inseguiti dal Tonelli ferito , ma ancora fermo sulle gambe erano saliti sul predellino del tram e con le pistole in pugno oramai fuori di se sparavano all’impazzita alla cieca.
Di fronte alla pasticceria Garganelli, che ora non esiste più e al suo posto vi è una banca, Ranuzzi e Casaroli scendono dal tram vanno verso il deposito dei taxi, ne prendono una ma questa non va in moto , Carasoli esce con gli occhi fuori dalla testa , perchè in quel momento stanno per essere accerchiati da macchine della polizia e dei carabinieri .
Ranuzzi ci pensa su un attimo, poi improvvisamente si punta la pistola alla tempia e si spara un colpo rimanendo esamine.